Hanno
dagli 0 ai 12 anni. Sono nativi digitali, abituati fin dalla nascita a
confrontarsi con Internet e dispositivi touch screen. Imparano e scoprono con
metodi totalmente diversi dalle generazioni precedenti. I sociologi li
studiano. Per capire come si sta rimodulando l'intelligenza umana. E dove
stiamo andando.
di
Roselina Salemi. Foto di Lorenzo Maccotta

Francesco e Valeria ricordano
ancora con divertito stupore il giorno in cui Andrea, il loro primo figlio, che
adesso ha tre anni, ha preso in mano un foglio di carta. Aveva meno di otto
mesi, e con il minuscolo dito cercava di far scorrere il foglio da sinistra
verso destra come in un touchscreen. Delusissimo perché non succedeva niente,
ha tentato di allargare la figura muovendo il pollice e l'indice, cioè
trattando il foglio come uno schermo. Altra delusione. Forse si stava chiedendo
a che cosa serve un foglio di carta. Il fratellino Tiziano, sedici mesi,
cammina appena, ma quanto a tecnologia non ha esitazioni, si dirige verso un
tavolino basso, prende l'ipad, lo sblocca e trova la sua applicazione preferita.
Andrea e Tiziano sono più che nativi digitali, termine coniato nel 2001 da Marc
Prensky per indicare i bambini nati e cresciuti con Internet. L'arrivo
dell'iPad nel 2010 segna un'altra fase del cambiamento: la generazione
touchscreen. I tablet sono grandi e luminosi, è facile usarli per colorare e
disegnare: bastano le dita. I bambini li adorano, e i genitori più critici si
chiedono se questa osmosi con la tecnologia renderà migliori i loro figli o
brucerà senza scampo le loro tenere sinapsi.
Andrea e Tiziano sono figli di Francesco Sacco, 46 anni, esperto di
innovazione, docente dell'Università Bocconi di Milano e dell'Università
dell'Insubria di Varese, co-fondatore di Impara Digitale, cooptato da Lista
Civica per i temi connessi alla tecnologia, nonché proprietario di innumerevoli
gadget utili al gioco e al lavoro (penne che registrano mentre scrivi,
programmi di traduzione dalla dettatura al computer).
Osservando i suoi bambini, arriva alle stesse conclusioni di scienziati come
Sandra Calvert (Università di Georgetown) e Georgene Troseth, psicologa dello
sviluppo (Vanderbilt University di Nashville, nel Tennessee): «I nativi
digitali stanno sviluppando capacità e metodi di apprendimento completamente
diversi. La mia generazione aveva grossi libretti di istruzioni, quella dopo
molto più snelli, quella di adesso, zero. La conoscenza avviene in modo pratico
e intuitivo. La tv è statica, e non permette una delle cose più importanti per
i piccoli: lo scambio di informazioni. Tiziano è in grado di trovare sul mio
cellulare le icone dei suoi giochi preferiti e cerca nella cronologia i
filmatini dell'Uomo Ragno che gli piacciono. Colora sull'iPad e compone i puzzle.
Nessuno gli ha spiegato niente. Certo, continua a provare e riprovare, tanto
che ho dovuto mettere un filtro per bloccare eventuali danni da sperimentazione
sul mio iPad, ma penso che questi bambini faranno la differenza, nel futuro
saranno "makers", produrranno da soli gli oggetti che desiderano». Il
caso Sacco è particolare. In casa sua regna la domotica. Non ci sono più
telecomandi: televisione 3D e luci, tutto è centralizzato e regolato attraverso
l'iPad. Andrea alza e abbassa le tapparelle, mentre la tata filippina non ci
riesce, e Tiziano prova già ad accendere la tv.
Una rivoluzione. Paolo Ferri, che insegna Tecnologie didattiche e Teoria e
tecniche dei Nuovi Media all'Università di Milano-Bicocca, ha introdotto il
termine "nativi digitali" in Italia, ed è radicale. Noi siamo gli
ultimi gutenberghiani, sostiene, in fondo non c'è stato niente di totalmente
nuovo dopo l'invenzione della stampa. Ci sono voluti cinquecento anni. Il suo
saggio, "Nativi digitali" (Bruno Mondadori), è del 2011 e sta per uscirne
un aggiornamento in e-book. C'è chi agita lo spauracchio della
tecno-dipendenza, ma il cambiamento va avanti. «Siamo davanti a un'intelligenza
nata dal mutamento del contesto sociale, passato da un sistema
alfabetico-gutenberghiano a uno digitale televisivo», spiega Ferri.
Secondo le prime, già contestate classificazioni, nella macro categoria dei
"nativi", o "generazione Z", ci sono tre grandi aree:
"nativi digitali puri" (tra 0 e 12 anni ) "millennials"
(tra 14 e 18 anni) e "nativi digitali spuri" (18-25 anni). Tutti gli
altri, compreso il supertecnologico professor Sacco, sono "immigranti
digitali", bravissimi, ma con un handicap: sono passati dalla penna alla
tastiera, arrivando ai tablet con un approccio utilitaristico: la tecnologia mi
serve. I Digital Kids invece si divertono, hanno un'esperienza precoce degli
schermi interattivi - videogiochi, cellulari, computer - e di Internet.
Nelle loro camerette, i media digitali sono sempre più presenti. L'89 per cento
delle famiglie usa il computer (contro il 40 del 2005), ma i numeri rendono
l'idea fino a un certo punto. Ferri, che ha condotto una ricerca su cinquanta
bambini di tre classi fra i 7 e i 9 anni - c'erano da testare le app di
Geronimo Stilton, il famoso e amatissimo topo investigatore - si è portato
dietro il figlio Davide (10 anni) come beta tester e peer tutor. «È stato
istruttivo», racconta, «vedere come funzionava bene il rapporto tra pari. Lui
spiegava il gioco, ed era più utile di qualsiasi adulto. Confesso che mi fa da
consulente». Che cosa è venuto fuori dalla ricerca? «I bambini considerano il
mondo digitale come espansione di quello reale, non c'è quasi differenza né
contrasto, trovano normale interagire, inventare varianti del gioco (noi
parliamo di artigianato cognitivo). Il touch si può usare in diverse posizioni,
anche stando sdraiati per terra, ed è più semplice del notebook. Le piccole
dita corrono veloci sulla tastiera virtuale. Mio figlio ha scelto un gioco di
Spiderman su App store a 6,60 euro, e mi ha fatto capire che la console
portatile rischia di essere superata: costa ed è meno comoda».
Insomma, i nativi condizionano il mercato. Sono multitasking, in grado di
distribuire l'attenzione su quattro-cinque dispositivi contemporaneamente:
studiano, ascoltano la musica, rispondono agli sms e guardano Facebook sul pc,
senza difficoltà. Tonino Cantelmi, psichiatra, docente di Psicologia dello
sviluppo alla Lumsa, la definisce "tecnoliquidità": si creano grandi
gruppi di amici impegnati su testi diversi, che possono scambiarsi battute,
mostrare foto o mail, condividere messaggi. E divertirsi. Lo studio deve essere
interattivo. I genitori non li capiscono, proprio perché la loro mente è
diversa. E qui arriviamo alle due questioni cruciali. Prima: la tecnologia deve
essere illimitata o razionata saggiamente? Fa bene? Fa male? Michael Rich,
direttore del Centro sulla salute infantile dell'Ospedale pediatrico di Boston,
ci mette in guardia: «Molte app per bambini sono progettate in modo da
stimolare il rilascio di dopamina, neurotrasmettitore associato al piacere, per
spingerli a non interrompere il gioco». Hanna Rosin su "The Atlantic"
dedica un lungo reportage all'apprensione dei genitori che tentano di
controllare l'uso dei tablet. C'è chi concede mezz'ora al giorno, chi un'ora durante
il fine settimana, chi il mercoledì e il sabato, chi soltanto in aereo e
durante i lunghi viaggi in auto. Marc Prensky è dell'idea di lasciar liberi i
bambini: «Le proibizioni riflettono i nostri pregiudizi».
Seconda questione: che cosa succederà a scuola? «Per far transitare il sistema
italiano verso il digitale servirebbero 6-9 miliardi di euro. Sembrano tanti,
ma una portaerei ne costa uno e mezzo. Quanto a risorse disponibili, ce la
battiamo con la Grecia, la Romania e il Portogallo. Solo il 7 per cento delle
classi ha Internet. Per attrezzarne una ci vogliono quindicimila euro, per una
scuola intera duecentomila», calcola Ferri. Eppure non si può restare indietro.
Dice Sacco: «Che cosa fai? Prendi questi bambini e li metti davanti a una penna
e a un foglio di carta? Sarebbe come se a noi avessero dato un calamaio». C'è
chi si batte per rincorrere il nuovo, formare gli insegnanti, c'è chi vede
scomparire un mondo. E la scrittura? L'ortografia? Ferri è quasi eretico:
«Potremmo considerare la scrittura manuale come il disegno.». Una cosa è certa:
la differenza tra i nativi e gli "altri" sarà sempre più netta. Alla
domanda ricorrente su come riconoscere gli immigranti digitali, Cantelmi
risponde: «Sono quelli che fanno la coda al check-in».