Itci - Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale

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martedì 15 gennaio 2013

La crisi dell’identità nella società postmoderna tecnoliquida - Tonino Cantelmi

E VOI CHE NE PENSATE?? 
LASCIATE QUI IL VOSTRO COMMENTO:
http://notizie.tiscali.it/regioni/lazio/socialnews/Cantelmi/5497/articoli/La-crisi-dell-identit-nella-societ-postmoderna-tecnoliquida.html

di Tonino Cantelmi

Esserci, esserci-con, esserci-per: questa è la “progressione magnifica” che permette di partire da un Io (l’esserci), per passare ad un Tu (l’esserci-con) e infine giungere ad un Noi (l’esserci-per), dimensione ultima e sola che apre alla generatività, alla creatività ed all’oblatività.

Il punto di partenza della “progressione magnifica” è l’esserci, che in ultima analisi richiama all’identità. Nella “cultura del narcisismo”, per usare la definizione di Christopher Lash, anche le espressioni più progressiste dell’identità sono contaminate da una straordinaria enfatizzazione dell’ego, dalla elefantiasi dei bisogni di autoaffermazione e da una sorta di emergenza di uomini e donne “senza qualità”, come direbbe Robert Musil.

Ma cosa vuol dire “esserci” nella società tecnoliquida? Esserci vuol dire rinunciare ad una identità stabile, per entrare nell’unica dimensione possibile: quella della liquidità, ovverossia dell’identità mutevole, difforme, dissociata e continuamente ambigua di chi è e al tempo stesso non è. In fondo la tecnologia digitalica consente all’uomo ed alla donna del terzo millennio di essere senza vincoli, di tecnomediare la relazione senza essere in relazione, di connettersi e di costruire legami liquidi, mutevoli, cangianti e in ogni istante fragili, privi di sostanza e di verifica, pronti ad essere interrotti. Cosicché si è passati dall’uomo-senza-qualità di Musil all’uomo-senza-legami di oggi in una sorta di continuità-sovrapposizione che viene a definire il nuovo orizzonte del tema identitario. Ed ecco che l’esserci è minato alla sua origine. La crisi dell’identità maschile e femminile, per esempio, ne è l’espressione più evidente. L’identità, cioè l’idea che ognuno di noi ha di se stesso e il sentirsi che ognuno di noi sente di se stesso, è dunque in profonda crisi, e il nuovo paradigma è l’ambiguità.

La crisi dell’esserci ha una prima conseguenza. Se all’uomo d’oggi è precluso il raggiungimento di una identità stabile, che si articola e si declina nelle varie dimensioni, come in quella psicoaffettiva e sessuale, la conseguenza prima è che l’esserci-con (per esempio la coppia) assume nuove e multiformi manifestazioni. L’esserci-con non è più il reciproco relazionarsi fra identità complementari (maschio-femmina per esempio), sul quale costruire dimensioni progettuali nelle quali si dispiegano legittime attese esistenziali, ma diviene l’occasionale incontro tra bisogni individuali che vanno reciprocamente a soddisfarsi, per un tempo minimo, al di là di impegni reciproci e di progetti che superino l’istante. L’esserci-con è fatalmente legato alla soddisfazione di bisogni individuali che solo occasionalmente e per aspetti parziali corrispondono. In altri termini l’incontro tra due persone è fondamentalmente basato sulla soddisfazione narcisistica, individuale e direi solipsistica di un bisogno che incontra un altro bisogno, altrettanto narcisistico, individuale e solipsistico. Questo incontro si dispiega per un tempo limitato alla soddisfazione dei bisogni e l’emergere di nuovi e contrastanti bisogni determina inevitabilmente la rottura del legame e la ricerca di nuovi incontri. La fragilità dell’essere-con dei nostri tempi si evidenzia attraverso la estrema debolezza dei legami affettivi, che manifestano una ampia instabilità ed una straordinaria conflittualità. Se l’identità è liquida, anche il legame interpersonale è liquido, cangiante, mutevole, individualista e fragile. L’uomo del terzo millennio sembra rinunciare alla possibilità di un futuro e concentrasi sull’unica opzione possibile, quella del presente occasionale, del momento, dell’istante.

Fatalmente, il trionfo dell’ambiguità identitaria, la rinuncia al ruolo ed alla conseguente responsabilità, il ridursi dell’esserci-con all’istante ed al bisogno, fatalmente tutto questo mina l’esserci-per, cioè la dimensione generativa e oblativa dell’uomo e della donna. Per esempio, se decliniamo tutto ciò nell’ambito psicoaffettivo e psicosessuale, la rinuncia all’esserci (identità sessuale e relativi ruoli) non può non trasmettersi in una inevitabile mutazione critica della dimensione coniugale (esserci-con), che a sua volta precipita in una crisi senza speranze la dimensione genitoriale (esserci-per). Ed infatti la transizione al ruolo genitoriale sembra divenire una sorta di utopia: la rinuncia alla genitorialità o il suo semplice rimandarlo nel tempo sono un fenomeno sociale tipico dei nostri tempi. Perciò identità liquide fanno coppie liquide, che a loro volta fanno genitori liquidi, dove per liquido possiamo intendere molte cose, ma una soprattutto, la debolezza del legame.

La “progressione magnifica”, di cui parlavo all’inizio, diviene dunque una progressione “liquida”. Ma il punto di partenza è nell’esserci, ovvero nel tema dell’identità. Nell’epoca di Facebook, l’identità si virtualizza, come anche le emozioni, l’amore e l’amicizia. La virtualizzazione è la forma massima di ambiguità, perché consente il superamento di vincoli e di confronti, aprendo a dimensioni narcisistiche imperiose e prepotenti.

Eppure qualcosa non funziona.

Lo avvertiamo dall’incremento del disagio psichico, dal sempre più pressante senso di smarrimento dell’uomo tecnoliquido, dalla ricerca affannose di vie brevi per la felicità, dall’aumento del consumo di alcol e stupefacenti negli stessi opulenti ragazzi della società di Facebook, dall’affermarsi di una cupa cultura della morte, dall’inquietante incremento dei suicidi, dal malessere diffuso. Qualcosa dunque non funziona: la liquidità dell’identità, con tutte le sue conseguenze, non aumenta il senso di felicità dell’uomo contemporaneo. Alcuni studi sul benessere fanno osservare che la felicità non è correlata con l’incremento delle possibilità di scelta. Questi dati fanno saltare una convinzione che sembrava imbattibile. La felicità dunque non è correlata con l’incremento delle possibili scelte dell’uomo (una visione ovviamente molto legata al capitalismo), ma gli stessi studi correlano la felicità con il possedere invece un “criterio” per scegliere. Avere un criterio per scegliere rimanda ad altro: avere un progetto, delle idee, una identità.

Ed ecco che il cerchio si chiude: il tema della liquidità è sostanzialmente il tema della rinuncia ad avere criteri (cioè dimensioni di senso). Ma questa rinuncia ha un prezzo: l’infelicità. Ecco perché la “magnifica progressione” mantiene anche oggi, e direi soprattutto oggi, un alto valore, proprio per il suo portato anti-liquidità. Costruire dimensioni identitarie stabili e non ambigue, instaurare relazioni solide e che si dispiegano lungo progetti esistenziali che consentono l’apertura alla generatività ed all’oblatività, sono ancora, in ultima analisi, l’unico orizzonte di speranza che si apre per l’uomo del terzo millennio, immerso nel cupo e doloroso paradigma della tecnoliquidità. 

giovedì 10 gennaio 2013

NATIVI DIGITALI - Intervista Radio 24

La dottoressa Michela Pensavalli interviene a Radio 24 per approfondire il tema dei "nativi digitali" e per spiegare come questa nuova generazione tecnoliquida affronterà le prossime campagne elettorali in seguito al massiccio utilizzo degli strumenti di comunicazione virtuali più usati dai giovani di oggi: Twitter e Facebook.


                     



F@miglie nella rete!

                                                    di Marina Berardi
Questo il tema del Capodanno in famiglia 2013. Ormai prossimi al consueto appuntamento, vogliamo che giunga il nostro invito a tutte quelle famiglie che desiderano fare un’esperienza alternativa, piena di @scolto, @ccoglienza e @micizia ma, attraverso queste pagine, vogliamo rendere partecipi del nostro cammino anche quanti non potranno esserci.
Per qualcuno il termine rete indicherebbe il tessere, il cucire ed è quanto noi vorremmo fare, favorendo relazioni familiari e fraterne significative, riscoprendo il gusto di guardarci negli occhi, di stringere una mano, di ascoltare il silenzio, di un sano divertimento, della preghiera insieme. Dal momento che la rete indica un qualcosa fatto a maglie che serve per prendere pesci, uccelli, ecc., mi piace immaginare che ogni famiglia possa essere al tempo stesso una maglia della rete ma anche colei che si lascia catturare da essa, pronta a mettere la propria parte per tessere trame di comunione.
A Collevalenza, in questo roccolo scelto da Dio, dal mese di ottobre, abbiamo ripreso l’esperienza di una domenica al mese "formato famiglia", nel desiderio di dar vita ad una famiglia di famiglie (tante maglie di un’unica rete!) che si lasciano incontrare dall’Amore Misericordioso e annegare nell’abisso del Suo amore, che desiderano fare della Parola la luce che illumina il cammino della ferialitàFolto il gruppo di famiglie dell’Unità pastorale di Collevalenza e dintorni che sono cadute nella rete e che stanno aderendo all’iniziati va tessendo nuove maglie. Diverse sono state le coppie che hanno potuto gioire di un tempo di riflessione, di condivisione, di preghiera e di amicizia.
Tantissimi i bambini che il Signore trasforma in flauti, in richiami per genitori e non. Così come scelto dagli animatori, per loro quest’anno è previsto un percorso speciale alla scoperta della figura di M. Speranza, anche attraverso dei fumetti a tema, magistralmente realizzati da un’animatrice. I bambini sono attentissimi e interessati ai racconti, contenti di essere resi protagonisti e di sapere che… anche "una santa" è stata bambina e, come loro, ha fatto marachelle e ha cercato, fin da piccola, di amare Gesù!
Si sono cimentati, tra l’altro, nel fare il pane, segno di comunione e di condivisione; nell’animare i vespri con la lettura e con altri piccoli gesti. Significativo anche il dono dell’Acqua dell’Amore Misericordioso, del pane e della Parola ai propri genitori, l’essenziale per il cammino o almeno per il passo successivo. Il momento più commovente e profondo è stato, però, vederli inginocchiati ai piedi dell’altare, durante la Benedizione Eucaristica, facendo corona attorno a Gesù, tanto che nei nostri cuori riecheggiavano le sue parole : lasciate che i bambini vengano a me…, a chi è come loro appartiene il regno di Dio!
Il regno di Dio, ci ricorda ancora Gesù, è simile a una rete gettata nel mare, che accoglie tutti, e chi diventa discepolo "del regno di Dio è come un capofamiglia che dal suo tesoro tira fuori cose vecchie e cose nuove" (Mt 13,52).
Anche noi vorremo tirar fuori, con umiltà, gli stracci vecchi e il vestito della festa. Di tutto si può "far tesoro", perché il Padre, nel suo amore e nella sua misericordia, tutto volge al bene, tutto trasforma in grazia. Ciascuno di noi, credo, avrà fatto l’esperienza che trovare "il tesoro" riempie il cuore di gioia, la vita di senso, tanto più quando questo ha richiesto dedizione, sofferenza, sacrificio, umiliazioni. Solo riconoscendo e accogliendo le cose "vecchie" che tutti abbiamo, fragilità, limiti, peccato, ritardi nell’aderire al progetto di Dio, possiamo chiederGli di fare di noi una cosa "nuova" da cui traspaia la comunione, la fraternità, il perdono.
Negli incontri, ho visto coppie accogliere "la Parola di Dio con la gioia che viene dallo Spirito" (1Ts 1,6), ascoltare commosse le testimonianze di vita, guardare fiere i propri figli impegnati nelle diverse proposte, vivere con attenzione il tempo dedicato al dialogo. Questa pesca abbondante ci auguriamo che possa portare frutti di unità e di santità, aprendo spazi di rinnovate scelte evangeliche.
Gesù non si stanca di bussare alla nostra porta, di entrare nella nostra casa o di salire sulla nostra barca per invitarci a prendere il largo e a calare le reti per la pesca, e lo fa proprio quando agli occhi umani tutto sembrerebbe finito, assurdo, illogico e perfino ingiusto visto che, come i discepoli, anche noi tante volte lavoriamo con assiduità ed impegno senza però prendere nulla, viviamo l’amara esperienza di ritrovarci a mani vuote... Ma è proprio da questo gesto di filiale obbedienza e di fiducia, fondato sul nostro niente, che sgorgheranno una gioia sovrabbondante e un grande stupore per una pesca miracolosa, che non è nostra, che non ci appartiene, che supera ogni umano criterio. É solo dalla meraviglia per la gratuità del dono che può nascere il desiderio di seguire il Maestro con maggiore radicalità, ovunque voglia condurci.
Durante il prossimo Capodanno, il nostro prendere il largo ci porterà su nuove rive a cui non solo le famiglie ma anche ognuno di noi, volente o nolente, è chiamato ad ormeggiare. La riflessione e il confronto saranno sull’affettività e le nuove tecnologie, entrate prepotentemente nella nostra quotidianità. Vorremo parlare di uno dei gravi rischi sottolineati dagli addetti ai lavori - tra questi Michela Pensavalli - che "deriva dal ricorso alle tecnologie per stringere relazioni umane". Si assiste, infatti, ad una "dissociazione fra le emozioni che rappresentiamo nella rete e quelle che viviamo nella realtà" e per questo anche Tonino Cantelmi ha ribadito che «le tecnologie sono un mondo che dobbiamo imparare ad abitare» per essere ancora in grado «guardarci negli occhi». È questo l’obiettivo che vorremmo raggiungere!
"I giovani di oggi - prosegue Michela - hanno grandi «difficoltà a riconoscere e a descrivere le emozioni» a causa dei nuovi media che li abituano a «un linguaggio povero e non consentono loro di entrare fino in fondo in una relazione». E oggi che «le tecnologie sono un’estensione di noi stessi», molti altri sono i cambiamenti di natura antropologica da segnalare,… come «l’incapacità di avere una storia duratura, la diffusione di nuovi costumi sessuali, la tendenza ad avere relazioni ambigue o a non accettare i limiti di noi stessi e delle persone che amiamo»".
Con l’autore dell’articolo che rilancia una domanda di Don Mirilli, ci chiediamo: "Ma quale amore conta oggi?". "Un interrogativo che «esige un’unica risposta» in un tempo in cui «è facile con un click dire "mi piace" o "non mi piace" e si vive sull’onda delle sensazioni». L’amore autentico, ha ribadito con forza il presbitero, è quello «oblativo, che si offre, costruisce e progetta e sa fare delle rinunce». Un amore che va testimoniato ai giovani. Dai genitori innanzitutto, «che devono fare vivere ai figli l’esperienza di un amore grande»".
La rete che ogni famiglia è chiamata a tessere anche attraverso la narrazione di sé, la trasmissione dei valori, la coerenza di vita è dunque quella di un amore autentico che cerca il bene dell’altro, senza mai sentirsi sazio nella ricerca della felicità altrui, che getta nell’abisso dell’oblio risentimenti, perdonando di cuore, che sa testimoniare il rap porto misterioso che esiste tra la rinuncia e la gioia, tra il sacrificio e la dilatazione del cuore, che desidera solo servire con l’umiltà di una scopa, che cerca solo quello che Gesù vuole e più gradisce(cf. M. Speranza).
Al di là del mutare dei tempi e delle forme, credo che tutti sarebbero pronti a cliccare "mi piace" su un @more così!

lunedì 31 dicembre 2012

Famiglia: riassetta la rete. I mutamenti antropologici e le relazioni tecnomediate nell'epoca della digitalità - Convegno del 31 dicembre 2013

La dottoressa Michela Pensavalli interviene sul tema: "Famiglia: riassetta la rete. I mutamenti antropologici e le relazioni tecnomediate nell'epoca della digitalità"

domenica 30 dicembre 2012

Internet nella vita sacerdotale

La dottoressa Michela Pensavalli interviene sottolineando e approfondendo il tema dell'utilizzo delle nuove tecnologie nell'ambito consacrato.
"Internet nella vita sacerdotale" così si chiama il seminario organizzato dall'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale e Roma Pontificio Collegio Internazionale "Maria Mater Ecclesiae".

Un curso orienta a seminaristas sobre la actitud ante el uso de la red


Jose Antonio Varela Vidal

ROMA, Thursday 27 December 2012 (Zenit.org).
La imagen proyectada es la de una pareja joven que se mira, a ambos se les ve tristes, mientras ella reclama que le falta atención. Luego él pone la mano sobre la suya y la gira para un lado, para el otro, de modo mecánico, para luego hacer ‘doble click’ como único cariño... La platea ríe. Con este breve video de motivación –también de constatación--, se inauguró hoy el seminario “Internet en la vida del presbítero”, organizado por el Instituto de Terapia Cognitiva Interpersonal de Roma y el Pontificio Colegio Internacional “Maria Mater Ecclesiae”.
Serán dos días en que se profundizará sobre las bondades y a la vez los riesgos del uso de Internet en la formación de los seminaristas, así como en el modo en que se deben afrontar los “nuevos” pecados de los usuarios, que han hecho de la “redun espacio desordenado para su vida afectiva, laboral y moral.
Según la doctora Michela Pensavalli, psicóloga y psicoterapeuta, además de docente universitaria y coordinadora del Instituto promotor del evento, es muy importante que la persona –en este caso el seminarista--, analice y se responda si es o no “dependiente” de Internet. Es decir, si es capaz de dominar las emociones y pulsiones que los sitios web y las redes sociales generan, sea cuando se está conectado, como cuando se tienen que pasar largas etapas del día off line.
Para la especialista, el dominio y el equilibrio es vital, porque en una sociedad “Tecnolíquida”, según reciente definición del psiquiatra italiano, Tonino Cantelmi, los dispositivos varios pueden mantener a las personas en una conectividad permanente, donde es difícil distinguir los límites o el tiempo transcurrido, en detrimento a veces de otros propósitos u obligaciones.
La teoría del “todo y rápido”
Otro de los riesgos con que se encuentra el navegante moderno, es la tendencia a abreviar las cosas y evitar los encuentros. Es decir, si por un mensaje de texto podemos explicar algo velozmente, ¿para qué extenderse o profundizar? O peor aún, si tenemos tantas plataformas de comunicación instantánea, ¿ya para qué encontrarnos?
También el usuario, en su necesidad de estar conectado, puede perder atención a lo que le dicen por ejemplo, en una clase o conferencia, por estar pendiente del modo velocísimo en que siguen interactuando sus contactos y listas de interés “allá afuera”.
El hecho de no poder desconectarse (switch off), ya es una señal a observar... Es que, ni hoy ni en el pasado, se ha podido estar en un sitio y a la vez en otro –afuera--, no porque Internet te lo impida, sino debido a que las normas básicas de la convivencia o de la vida comunitaria te lo exigen. Pero para algunos --eso si es de ayer y de hoy--, su necesidad personal está por encima de los demás, lo que es una mala señal…
¿Qué más ofrece Internet? Según la doctora Pensavalli, te ofrece emociones –hasta fuertes--, relaciones –no exentas de peligro--, y te facilita las cosas para salir del “aburrimiento”. Para otros, el tiempo pasa más rápido conectándose a la red, por lo tanto ayuda a evadirse; mientras para un grupo de usuarios es la puerta entre lo privado y lo público, cuya llave se abre o cierra a conveniencia y voluntad.
Sobre esto, fue clara en advertir que, como emisor y dueño de sus conexiones vía Internet, el usuario se predispone a evitar lo que no le gusta, y a elegir solo aquello que no le aburra; así como seleccionar lo que no lo ponga tenso ni le haga reflexionar mucho. Es decir, la ambivalencia hace presa de la persona, y así cuando se viven las relaciones humanas, y ante una situación real de convivencia, en que se exige más de uno mismo, se llega a creer que es hora de “cerrar la conexión” y basta…
Amistades peligrosas
Todo en Internet aparece tan fácil y accesible, que el usuario comienza a cliquear donde no debería acercarse ni de asomo, o a “aceptar” invitaciones de amigos que no tiene la menor idea de qué hay detrás.
En Internet todos somos iguales, por lo menos en aquellos lugares de acceso público y gratuito. Pero no todos somos lo mismo, fue otra idea de la doctora Michela Pensavalli, pues las redes sacan de la persona sus lados más narcisistas, exhibicionistas y sin duda, lo voyeurista.
¿Somos así en las relaciones cotidianas, por así decir físicas? De hecho que no, por lo que el uso compulsivo de la red (líquido, sin patrones ni límites), a veces nos exige cambiar de actitudes para interactuar, por lo que aparecen tendencias también patológicas…
Solo por mencionar los grados más bajos de cada tendencia –ya que los más altos son de correr--, se puede identificar al narcisismo en el solo hecho de incluir la “mejor foto” en el perfil de una red social, así sea antigua o que no se ajuste a la realidad actual (foto sin camisa clerical, sin la familia, en el extranjero).
En el caso del exhibicionismo, están allí los logros o los comentarios expresados sin medida, solo por el hecho de que podemos incluirlos en nuestras cuentas, independiente a si los demás quieren tanto bombardeo “made en mí mismo”.
Y una tercera tendencia comentada por la especialista –no menos grave, dependiendo de la persona--, viene a ser el voyeurismo, o esa antigua obsesión a mirar sin que nos vean; aunque hoy en día, gracias a Internet, se puede hacer de manera consentida, falsificada o pagada sin controles. Se alertó sobre el alto consumo del llamado “cybersexo”, que según datos estadounidenses, en el mundo se consumen 3.000 dolares de material pornográfico cada segundo.
Hay que considerar por ello, el riesgo que significa que una persona puede ser lo opuesto a sí mismo en la red, alejándose de sus principios, obligaciones y faltando a la confianza de los superiores. Pues muchas veces estos toleran el uso de Internet con la esperanza de que ayude a profundizar en el estudio, a combatir la lejanía recibiendo mensajes de los familiares y amigos de bien, o para hacer los “pininos” de una futura y urgente pastoral en red.
Una conclusión clara fue que el mundo actual del ciberespacio, sí es un mundo donde se puede vivir, pero cuidando la calidad del uso que se le da y no dejándose dominar por los impulsos que este genera. Y, tal como ayer, no confundir nunca el instrumento con el mensaje… 


Un corso rivolto a seminaristi sull'atteggiamento verso l'uso della rete

L'immagine proiettata è quella di una giovane coppia che si sta cercando, hanno entrambi sguardi tristi, lei sostiene che manca l'attenzione nel rapporto. Lui mette la mano sulla sua, quasi a far capire di aver compreso, ma invece inizia a muoverla come fosse un mouse, meccanicamente, facendo sulle sue dita il  'doppio click'  ... Il pubblico ride.
Con questo breve video viene inaugurato il seminario "Internet nella vita sacerdotale", organizzato dall'Istituto di Terapia Cognitivo interpersonale e dal Collegio Pontificio Internazionale "Maria Mater Ecclesiae".
Saranno due giorni che approfondiranno i benefici e anche i rischi di utilizzo di Internet nella formazione dei seminaristi.
Secondo la Dott.ssa Michela Pensavalli, psicologa e psicoterapeuta, nonché docente universitaria e coordinatrice dell'Istituto promotore dell'evento, è molto importante per la persona, in questo caso per il seminarista, analizzare i propri comportamenti per non divenire "dipendente" da Internet . Riuscire, cioè, a padroneggiare le emozioni e gli impulsi che i siti web e le reti sociali generano, sia quando si è collegati, sia quando bisogna spendere tempi lunghi della giornata off line.
Per lo specialista, il dominio e l'equilibrio è fondamentale, perché in una società "Tecnoliquida" secondo la recente definizione dello psichiatra italiano, Tonino Cantelmi, i nuovi dispositivi possono tenere le persone in condizioni di connettività permanente, in cui è difficile distinguere i confini o il tempo, a volte a scapito di altri obiettivi o obblighi.
Si vive in base alla teoria del "tutto, subito e velocemente".
Il rischio è la tendenza di ridurre ed evitare incontri. Viene utilizzata la messaggistica per spiegare qualcosa e in fretta, perché “sprecare” tempo ad ampliare o approfondire? O peggio, se abbiamo così tante piattaforme di comunicazione istantanea, perché incontrarci per parlare?
L'utente, nel suo bisogno di essere collegato, può perdere la concentrazione su ciò che viene detto o vissuto, ad esempio, in una classe o una conferenza, ma essere tuttavia consapevole di continuare ad interagire usando contatti veloci “al di fuori” della situazione.
Lo sforzo che si compie per effe “disconnettersi” è un segnale da non sottovalutare ...
In passato tutto era diverso: era possibile essere altrove, mentre oggi Internet è in ogni dove. Ma per alcuni il bisogno personale di collegarsi è sopra ogni cosa importante, e questo è un brutto segno ...
Secondo la Dott. Pensavalli Internet offre forti emozioni - le relazioni, sono senza rischi - e fornisce una valida alternativa alla "noia". Per alcuni è utile in quanto, il tempo passa più veloce durante la connessione alla rete, contribuendo in tal modo a fuggire dalla realtà, per altri è la porta tra il privato e il pubblico, la cui chiave si apre o si chiude a secondo di una propria convenienza o volontà.
Su questo, è importante notare come Internet,  in qualità di emittente di connessioni, è predisposto al fine di evitare ciò che non ci piace, e scegliere solo ciò che non ci annoia, selezionare quindi solo quello che ci fa stare bene e non quello che ci fa essere tesi o ci fa riflettere.
L'ambivalenza si impadronisce della persona, e così quando ci si ritrova a vivere i rapporti umani o una reale situazione di convivenza, in cui bisogna essere se stessi, si arriva a credere che sia giunto il momento di "chiudere la connessione” ...
Tutto su internet è facile e accessibile, l'utente inizia cliccando su immagini o suggerimenti, o "accettando" gli inviti da parte di amici che non si conoscono e di cui non si ha la minima idea di chi è dietro allo schermo del pc.
Su Internet tutti sono uguali, almeno in luoghi di accesso pubblico gratuito. Ma nella realtà non siamo tutti uguali.
Secondo la dr.ssa Michela Pensavalli le reti amplificano i lati più narcisistici, esibizionisti e senza dubbio voyeuristici della persona.
Ma siamo così nelle relazioni di tutti i giorni? In realtà no, l'uso compulsivo della rete a volte richiede di cambiare atteggiamenti, prima di arrivare ad avere tendenze patologiche ...
E’ possibile identificare il narcisismo e l’esibizionismo nei profili dei vari social network, in cui a volte la persona si veste di un’identità che non è conforme alla realtà.
Un’altra tendenza discussa dallo specialista, non meno grave, è il voyeurismo, ossia l’ossessione di guardare senza essere visti. Oggi, grazie a Internet, è possibile “guardare” e “farsi guardare” in modo consensuale e senza controlli.
Basti pensare al consumo elevato del cosiddetto "cybersex", che, negli degli Stati Uniti, comporta una spesa di 3.000 dollari in video pornografici.

Una chiara conclusione sta nel fatto che il mondo attuale del cyberspazio, è un mondo in cui si può vivere e navigare, ma senza esagerazioni e senza cedere sconfinatamente negli impulsi…

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